biografia
opere
archivio
audio
contatti
eventi

RECENSIONI

IL PALAZZO E IL PAZZO (1993)

« Il palazzo e il pazzo» poemetto di Ottiero Ottieri
PENA E ORGOGLIO
di Geno Pampalon i
(«il Giornale», 30 maggio 1993)

Dì tutti i libretti in versi scritti da Ottieri, questo mi sembra il più fluido e narrativamente il più ricco.
«Io non sono un poeta maledetto./ La mia vita è maledetta,/ma la scrittura è tardoborghese». D'altra
parte, «Il gioco verbale/è privilegio della malattia mentale/e della pubblicità./non della classe
operaia!/La classe operaia ha sempre /amato poto l'ironia e i doppi sensi».
Ecco un'altra autodefinizione: «Io non sono maturo/quindi non differisco il piacere./Io sono un
tossicomane/quindi voglio/tutto e subito./Esigo ebbrezza istantanea/e duratura». I terapeuti si divertono
«di uno che, matto, ha pure la fissazione/ di esserlo... io mi sento savio/ ma la vita mia/non è spiegabile
che con la follia». «Non sono un uomo bensì un sofferente/ designato non si sa da chi/ a tale ruolo».
Questo libro di Ottieri si presta dunque a due registri di lettura: la condizione del tossicomane, e un tipo
nuovo di poemetto narrativo. Intarsiato di riflessioni, confessioni, lamenti e vampate di orgoglio. È un
genere letterario che Ottieri ha inventato e perfezionato. Di ciò occorre rendergli merito.
Le glosse si intrecciano con il racconto; il poemetto è lucido e allucinato, disperato e girovagante. Ci dà
un personaggio sofferente, la sua pena e il suo orgoglio. Il delirio e il rimorso, la solitudine e l'affollata
compagnia degli incubi. Anche chi si ritiene «sano» è toccato nel profondo dalla veloce fantasmagoria
degli incubi. Credo che Ottieri sia un inventore di forme,come e proprio del poeti originali. E per conto
mio gli dico bravo. Ottiero Ottieri, «Il palazzo e il pazzo». Garzanti, pp. 120, lire 23 000.


QUATTRO MALANDRINI
di Emanuele Trevi
(«Nuovi Argomenti», gennaio-marzo 1994)

Che cos'è un autunno, in poesia? E, nella vita, quando viene un autunno? Più che alla saggezza,
implicante cessazione dello spavento e quindi, con tutta probabilità, un raggelarsi dell'ispirazione,
bisognerà pensare soprattutto ad un grado maggiore di verità depositato nelle figure della lingua.
Hölderlin chiedeva alle Parche questo supplemento autunnale della vita perché in esso giungesse a
compimento pieno la "maturità del cantare", come traduce Contini. Quando, dentro un destino di
scrittore, riconosciamo l'aria dell'autunno, ci convince un tono di prossimità alla terra, al destino delle
cose, mai così pronunciato in precedenza. Eppure, "maturità" non vuol dire apostasia, il giro di vite non
implica la distruzione del già noto. Dentro un dato tempo (lo aveva capito Vivaldi nelle "Quattro
stagioni") ci sono tutti gli altri, come memoria e come presagio. Nella loro allegoria circolare, anzi, le
stagioni ci insegnano che memoria e presagio sono due volti dello stesso movimento.
Distanti poche settimane l'uno dall'altro, quattro libri di poesia hanno disegnato una nuova
costellazione autunnale nel cielo della nostra lingua, Si sa, le stelle brillano da sole, e solo all'occhio
dell'uomo è dato disegnare i loro rapporti". Ma dal momento in cui lo sguardo ha tracciato quella figura
ingannevole, anche questo inganno inizia a far parte della natura. Come la poesia, anche la critica
s'ingegna a trasformare le voci della solitudine nella foresta delle corrispondenze, utopia musicale di
una civiltà dello scambio e dell'ascolto. Personalmente, per quello che oggi può valere una
testimonianza, devo dichiarare che l’adesione a quattro libri è direttamente proporzionale ad una
precedente avversione. [...]
[...]"Nel mio palazzo non c'è cazzo/di palafreniere, cameriere, portiere./Io, in quanto pazzo, mi ci
aggiro in mutande".
“Il palazzo e il pazzo” (Garzanti, Milano 1993) di Ottiero Ottieri, di cui si è citato l’incipit, è un libro
che, assieme all’“Infermiera di Pisa” del 1991 ed a "Sotto i mantello della rivalità e autostima"
(pubblicato sul numero 42 di questa stessa serie di "Nuovi Argomenti") conferma un tempo felicissimo,
vibrante di invenzione linguistica, di una carriera creativa varia e accidentata, comunque sfuggente a
compromessi definitori. È difficile render conto della strana bellezza di questo poema e della sua
novità. Vorrei soffermarmi, preliminarmente, sulla prensilità di una versificazione molto compromessa
con le tonalità triviali della prosa, tutta orizzontale insomma, priva di ascensione metaforica. Eppure,
questi versi sono la forma "necessaria" di un discorso che, in altro modo, non potrebbe essere proferito.
Circola in loro, al posto dell'estasi del tropo, la grazia saturnina dell'intelligenza. Merce poco amata (e,
in effetti, poco amabile, in linea di principio) in letteratura, e comportante modi praticati oggi da un
numero limitatissimo di ingegni.
"Il palazzo e il pazzo", del resto, enuncia chiaramente, fra le prime battute, il proprio problema
stilistico.
Che è quello del dissonante accordo di una una vita "maledetta" e di una scrittura "tardo-borghese".
Questione davvero centrale per Ottieri, che evidentemente non può mutare nè i dati di partenza forniti
dalla vita, né la configurazione della sua scrittura. Come tutti noi, Ottieri vorrebbe essere felice. Come
molti di noi, vorrebbe racchiudere questa felicità nelle forme cristalline ed eteree di un madrigale, di un
acquerello, di una sonatina per clarinetto. Invece il destino gli ha riservato la malattia ed assieme a
quella una lingua e bastarda, deliberatamente incapace di Sublime.
C’è un paragone, ad un certo punto, che illumina molto bene questo nodo: «Come Dante si spostava/ di
corte in corte/ io mi sposto di Divisione Medica in Divisione Medica».
Una vera ossessione dantesca percorre Il palazzo e il pazzo.
Ma è importante capire bene. I lettori di Ottieri conoscono bene l'epica, assieme comica e straziante del
ricovero e dell'assistenza psichiatrici. Anche non conoscendola, basterebbe questo libro a farli edotti.
Ma la minorità espressa dal paragone con Dante non riguarda esclusivamente il piano dell'esistenza. E
non riguarda nemmeno esclusivamente il piano dell'espressione. È una minorità assieme esistenziale e
linguistica. Perché il dramma del pazzo (con conseguenze anche eccedenti il piano della letteratura) è
un dramma strettamente verbale. Di per sé, un pazzo che si aggira nel suo palazzo potrebbe consolarsi
con illustrissimi blasoni gentilizi, quali meglio non si potrebbe desiderare. Si pensa subito a Hölderin-
Scardanelli nella sua torre o agli snervati rampolli di illustri prosapie di certi racconti di Poe. Ma il
pazzo in questione, il pazzo di Ottieri, è incatenato ad una particolare storicità, quella del disincanto
televisivo, del livellamento dei consumi e dei desideri, dell'appiattimento delle lingue. Categoria
sociale fragile, quella del pazzo subisce tragicamente una situazione segnata dall'imbarbarimento
culturale. Perché la lingua che dovrebbe accompagnare il suo destino irripetibile è diventata la lingua
della psichiatria e della psicanalisi, perdendo dignità e potenza descrittiva.
Un gergo settoriale, e dunque di per sé grigio, trasformatosi per sovrappeso in serbatoio di luoghi
comuni giornalistici e cattivissima letteratura.
[...] Oggi, apprendiamo da Ottieri, anche il nesso fra pazzia e originalità è fortemente minacciato. Il
disagio mentale è esiliato dal Sacro. [...] Nel mondo in cui migliaia di persone consumano gli stessi
farmaci dai nomi ridicoli e sono inchiodati alla stessa decina di formule diagnostiche, nessun ‘furore’
potrà dirsi ‘eroico’.
È come se la "Sonnambula" di Bellini dovesse incedere accompagnata dagli arrangiamenti musicali di
Sanremo. Al conte pazzo non rimane allora che la mossa ardita e disperata di una grottesca ironia. Il
suo Palazzo, come le pagine del diario del folle di Gogol', verrà sventrato dalla banalità linguistica e
dalla miseria ideologica del mondo massificato. Ma quella banalità e quella miseria non cadranno in
mani affidabili. In Ottieri, il meccanismo ridondante della ripetizione implica sempre deformazione.
Non solo quello della psichiatria, ma tutti i “grandi racconti” istituzionali (come quelli della politica e
della religione vengono riformulati ed annientati con ironia (uno dei brani più riusciti del poema è il
colloquio fra il conte pazzo e don Isacco: «Don Isacco, lei eccede/ nel rinviare a Gesù./ Se dubito, lei
mi dice/ di far decidere a Gesù./ Se non credo/che stalinismo e nazismo/ siano pari,/ lei mi dice/ di
chiedere lume a Gesù./ Io dovrei disturbare Gesù/ continuamente»). Bisogna chiedersi cosa rimanga del
mondo, al termine dell'ironia. È già molto, che un uomo si riappropri dell'inconfondibile originalità del
suo soffrire. Ma non basta. Il premio dell'ispirazione deve comunque eccedere le mitologie carcerarie
dell'identità, dell’autobiografia.
“Chi soffre non è profondo”, ci avvertiva in "Somiglianze Milo De Angelis, buon lettore dello
“Zarathustra”. Mai come in questo suo libro, Ottieri è aperto alla possibilità che il disagio personale
dell'esistenza si trasformi nel sogno umano della civiltà. Gli ultimi due versi del libro si proiettano sul
futuro della "tensione a Beatrice" e del "dantesco rischio d'esilio". Cambia, nel momento in cui si
approssima alla fine, il tono emotivo del discorso. Il "lamento" di Ottieri non è rattrappito nello
squallore di un'apologia.
«Non posso fare che quello che faccio,/ non posso essere/ che quello che sono./ Ma accontentarsi è
impossibile». Dentro il lume di questa urbanissima insoddisfazione, chissà se il Palazzo non diventi
anche il luogo di una salute paradossale. A nient'altro servono la tensione faticosa e l'esiliata pazienza
della poesia.