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RECENSIONI

L’ INFERMIERA DI PISA (1991)

LA DEPRESSIONI NEI VERSI DI OTTIERO OTTIERI
UNA MEDAGLIA AL MALORE
di Geno Pampaloni
(«il Giornale », 17 novembre 1991)

Ottieri scelse la malattia a cinque anni, «premendo – il campanello bianco della scura – porta di casa in
noce». Si è poi sottoposto a undici anni di psicanalisi, ha girato per le cliniche, di mezzo mondo, «gran
datore di lavoro. Mantiene psichiatri, psicanalisti, psicologi, assistenti sociali, infermieri, tassisti e
baristi», e merita anche lui una «megaglia al malore». Se non altro per avere scritto sulla malattia
mentale, l’ansia, l’angoscia, lo «spavento globale», «la disperazione (che) sa di carne marcia», di
«nonno infelice della sua gioventù», due libri da collocare nei piani alti della saggistica contemporanea:
L’irrealtà quotidiana, 1966, e Il campo di concentrazione, 1972.
Era stato, agli esordi, uno dei padri putativi della letteratura industriale; Donnarumma all’assalto
(1959), una sorta di diario del periodo in cui era stato incaricato delle assunzioni di operai nella
fabbrica Olivetti di Pozzuoli, gli dette fama e successo.
Poi è stato travolto da altri problemi; e non è detto che lo scrittore non ci abbia guadagnato.
L’infermiera di Pisa è scritto in versi; ma, come ha osservato Raboni, non si tratta in senso proprio di
«poesia», ma «di un particolare, efficacissimo modo di pronunciare la prosa». Ciò che colpisce è la
straordinaria complessità. C’è l’autodenigrazione («porco senile», «vecchio babbeo», «vecchio
giovinetto arrancante») e il non sopito sogno che le donne si posassero sul suo letto come elicotteri, per
possederle con «l’atletico c...» degli anni giovani. C’è l’uso di un linguaggio aulico (frale, volea, il
sentiere e simili) alternato a un vocabolario di colorito popolaresco («ohimena» per ahimè, «scolta» per
ascolta, «smaniato di donne», «invispito» per tornato euforico dopo tante crisi di disforia, la
fotomodella «scaciata» senza classe o stile, lo «sbarbino» cioè l’adolescente smaliziato con l’aria
perbene, il «ficheto», cioè la selva dei sessi femminili); c’è il dolore della malattia («con la sua
sofferenza – avrebbe potuto riempire il mare», «reso moribondo dai fantasmi», «soffiava d’ansia -come
un soffione boracifero... non un uomo egli era, - ma una solfatara. Egli era un vulcano psicolabile – che
durante i secoli eruttava sempre», «mantice dell’ansia», «carcassa di desideri rincalcati», «angor ergo
sum»); e c’è la presenza rassicurante del professor Cassano, il suo «charme acuto o tondo», i suoi
«psicologici acume e ragione», «positivista, trasformista, mago», «toscano e americano, - ma
nell’animo napoletano»; per cui talora «i pazienti – guarivano per non deludere – il suo entusiasmo e la
sua dedizione». Approdato alla clinica di San Rossore nel «mite cielo di Pisa», ormai consapevole,
dopo tante esperienze, che «la clinica è un mondo, e il mondo una clinica», Ottieri si inventa un grande
amore per una infermiera: «libellula», «alto stelo», «magro e casto – culetto a segreti scatti»; simbolo
per lui dell’attenuarsi della sofferenza; passione impossibile, ma possibile speranza.
Dalle molte citazioni il lettore avrà potuto rendersi conto, spero, della libertà fantastica quasi febbrile
che anima queste pagine, più forte e spiegata che negli altri libri; libertà, almeno in certa misura, anche
dalla malattia. Nel fondo della quale possiamo intravedere la complessa ambiguità dell’opera di Ottieri.
Da un lato, infatti, la sofferenza; ma, in contrappunto, il sentimento che essa costituisca un privilegio.
Se egli non conosceva ormai più che «la sua ombra cipressina» e pensava che «tossico è il mondo
perché tossica è la vita», al tempo stesso si sentiva «vittima implacabile» della malattia, custode geloso
della propria « eccelsa arte di soffrire». Il suo narcisismo posa sul confine sfuggente tra disperazione e
liberazione. Ed è, questo, un tema squisitamente contemporaneo; anche se appena accennato, esso dà al
poemetto- diario-lamento-confessione un accento di verità.
Il finale come spesso accade nei libri riusciti bene è significativo e felice. Mentre in cucina l’infermiera
di Pisa rideva spensierata ascoltando i racconti delle colleghe («si torceva- e saltava, si divincolava
sulla sedia bevendo il caffè») io «si ingegnava ad amarla – sino a che risplendesse il sole – sull’ansie e
le gioie, - le speranze e le morti». Foscolaniamente Ottieri, evocando la morte, rientra nella realtà. Se
ne deve concludere che la cura del professor Cassano gli ha fatto bene.


VECCHIO MATTO
di Giuliana Petrucci
( «L’Indice», marzo 1992)
L’infermiera di Pisa è il nuovo poemetto in versi di Ottieri, in cui l’autore prosegue la sua dura ricerca
della guarigione psichica: le tappe, come testimonia gran parte dell’ultima sua produzione, sono quelle
forzate delle cliniche, dove il paziente è ridotto a volontario prigioniero in cambio della speranza di
libertà dal dolore mentale.
È questo un primo, grande paradosso, una trappola alla quale Ottieri, attraverso le molteplici voci dei
suoi personaggi autobiografici, si affida e contemporaneamente si ribella, riaffermando di contro alla
parzialità delle scuole terapiche la totalità dell’individuo, la sua integrità sia pure malata, la sua
assolutezza. Infatti, la depressione non è solo tema dei suoi libri, ma l’oggetto, di cui l’io sofferente,
come altro da sé, spia e coglie i meccanismi strutturali più profondi e paradossali. E qui stanno i
contributi maggiori della scrittura di Ottieri sul piano della conoscenza clinica.
Si rilegga, per esempio, Il campo di concentrazione (1972), resoconto di un ricovero per depressione,
ma soprattutto registrazione in atto dei procedimenti del pensiero depressivo che, nella sua
onnipotenza, scardina il sistema logico del pensiero non malato, rendendolo – vittoriosamente! – o
quanto meno parziale.
[...] Quello che l’autore mette in scacco, in ultima analisi è il dogmatismo delle scuole, delle terapie,
dei metodi, in una sorta di dialogismo “in assenza”, di volta in volta arricchito per dati esponenziali,
con gli addetti ai lavori: ultimo, ne L’infermiera di Pisa, il confronto – scontro nell’approccio al disagio
mentale, tra la psicologia analitica, e alias Freud e nipotini e la nuova psicologia biologica, l’”alchimia
americana”, come l’autore la definisce, praticata nella clinica di San Rossore: tra Giancarlo il
freudiano e Giovanni / sta il vecchio nell’antico / dilemma rinovellato. / Il barone della parola e il
barone / della molecola con le loro schiere, / si scontravano nel cervello, nel corpo / del vecchio come
le contrade sul Ponte di Mezzo».
Ho detto mette in scacco, ma in maniera ambivalente: si opera infatti, sul piano della scrittura, una sorta
di sdoppiamento tra il bisogno dell'io-paziente di attaccarsi a una certezza, sia pure definitoria, del
proprio status patologico, fornita dalla scuola di turno e la rivincita dell'io-narrante che fa vendetta
della babele dei linguaggi tecnici, siano psicoanalitici, psicodinamici, cogni-tivisti, behavioristi o
psicobiologici, riducendoli alle corde strette delle parole ultime o "primarie": desiderio, bisogno,
amore, morte, dolore ecc. Snodi difficilmente eludibili.
Da questo punto di vista, ne L'infermiera di Pisa, la scelta del "vecchio matto", raccontato in terza
persona ma che spesso protesta il suo "io", è estremamente efficace. Sembra qui di essere arrivati a un
punto di non ritorno; infatti non è solo scontro con la malattia, ma anche con la vecchiaia e la morte.
Ancora di più, dunque, la bella favola dell'innamoramento per la giovane infermiera "libellula", "alto
stelo", evocata più che descritta, con toni leggeri, quasi incorporei (albero fronzuto solo di ricci neri,/
d'occhi, di naso, di bocca»), nonostante le impennate erotiche del pensiero e della carne, diventa centro
vitale di questo poemetto.
Amore come terapia al dolore, ma, soprattutto, bivalentemente, come contro-terapia alla terapia
prescritta dalla clinica, alimento della sofferenza, ostinato attaccamento all'impossibile, all'utopia:
"indefessa ricerca/ della felicità prima dell'urna/ bambinone alla cerca/ dell'umore lineare,/ utopia del
bipolare".
L'onnipotenza del "pensiero perverso", già sperimentata nelle sue contorsioni logiche nel poemetto
omonimo del '71, funziona in questo caso da lente di ingrandimento per mettere a fuoco quello che la
“normalità” ha accettato, elaborandolo in chissà quali remote stagioni della vita, e che i medici, anche i
nuovi “psicobiologici", tentano di rimuovere: l'aporia insanabile, lo scacco (dell'esistere a cui l'uomo è
condannato, .quello cioè dell'irreversibilità del tempo (leggi: vecchiaia e morte), nei confronti del quale
l'accettazione del relativissimo "qui e ora" non può tenere.
L'onnipotenza protestata dalla tenera, autoconsolante, autoironica e disperata voce del vecchio diventa
allora una via d'uscita e un cul de sac, negazione del principio di realtà e fonte di perpetua sofferenza:
Voglio la felicità che dipenda/ dall'amore, alla mia età,/ felicità e dolore della terra»... Io voglio
l'ultimo amore/ il resto è silenzio». Bellissime le fughe anelate sul litorale toscano, con lo "stelo
libellula": Uscito da San Rossore/ sarebbe andato a caccia di lei/ da Boccadarno al Magra,/ da Marina
a Serravezza,/ nella piana, pei monti, /beati per l'aure felici» (si noti la clausola foscoliana e non
l’unica); bellissimi gli scorci paesaggistici dell’odiata-amata Pisa: "via dalla sacra piana/ giacente sulla
sabbia/ fra Arno e Serchio/ lasciare la città ampia e silente/ dove la torre pendente, cadente/ fa da
pendant alla Spina,/ non chiesa ma oggetti/ preziosi deposti", che aggiungono alla rapidità definitoria
cui la scrittura di Ottieri è familiare, un in più di sentimento e di affetto.
La scrittura di Ottieri è da sempre volutamente atonale, in sintonia con la voce dei suoi personaggi
malati; se 'potessero si ridurrebbero al silenzio. ma ne L’infermiera di Pisa, la narrazione in versi
accumula accanto alla sordina prosastica leggeri grumi di canto, pur raggelati nelle frequenti pointes da
una sorta di autolesionismo ironico. A questo effetto concorrono contemporaneamente il gioco
molteplice delle rime e delle citazioni e il ritmo che da scansione a grado zero passa agli accenti
dell'endecasillabo pieno. L'infermiera: che sia di Pisa è un caso nella realtà della vita dello scrittore.
Nell'oggettività della serie letteraria però, non si può fare a meno di pensare ai Pisan Cantos di Pound,
e non solo per il titolo ma per la medesima condizione di "prigioniero", e all’ Alcyone. Un Alcyone
della contemporanea società postindustriale e americana in cui il Superuomo è diventato un "bipolare",
Ermione un'infermiera con cui tutt'al più ritirarsi in un podere in Sottomonte,/ condurre una vita
selvaggia,/ o inaugurare una pensione / nell'odiata Viareggio» e dove lo smemoramento panico è
conquistato chimicamente con i sali di litio della salatissima clinica di Pisa: è la destra evoluzione del
mondo», così, lapidariamente, il poeta; e in modo più diffuso: Venne dall'America la DEP/ malattia
mentale unificata./ Venne ricca di sigle/ che piacevano all'imperialismo/ che aveva sempre fretta/ ... /
Piacevan le sigle/ anche al vecchio operaista,/ di cervello non di tasca,/ cui piacevano i gerghi:/ s'era
per urgente bisogno/ spostato all'Ovest come la Polonia./ Bush portava quattrini,/ Cassano speranza/ e
fede nella possibilità del bene./ Potenza dell'West/ e delle sue parole".
Il fatto è che Ottieri, passato di necessità alla scrittura della clinica, non ha per questo reciso i fili con la
realtà e la storia, di cui continua a mandarci un messaggio fortemente critico. Il soffrire esistenziale,
patologico e privato è comunque interrelato a un contesto storico-sociale, in cui il soggetto alienato ha,
per fortuna diremmo, le sue pur dolorose utopie: S'ingegnava d'amarla/ sino a che risplendesse il sole/
sull'ansie e le gioie,/ le speranze e le morti»...