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RECENSIONI

I DUE AMORI (1983)

VISITA A UN ALTRO INFERNO:LA CLINICA
di Ferdinando Camon
(«il Giorno», 19 giugno 1983)

Uno dei più interessanti problemi della cultura di questi anni è Ottiero Ottieri. È stato, forse, il più
grande esponente della cosiddetta “narrativa industriale”, è stato, forse, il più grande narratore della
cosiddetta “malattia mentale”, è stato, forse, il più attendibile descrittore di alcuni luoghi deputati della
sofferenza psichica e sociale del nostro tempo (il Sud, la fabbrica, la clinica….), quello che costituisce
un problema critico è la sua unità. È noto che Lacan, al termine di ogni seduta, anche se il paziente
aveva parlato delle cose più disparate, diceva che c’era dell’unità, “Il ya de l’un”. Ebbene credo che
dobbiamo arrivare alla stessa conclusione con Ottiero Ottieri: c’è dell’unità tra i tempi stretti della
fabbrica e la crisi del meridionale Donnarumma, l’incoscienza, la clinica per malattie mentali, il vuoto
dell’ozio, la droga. Sto cercando, con queste espressioni, di trasformare in concetti i titoli dei suoi libri
più famosi: “Tempi stretti”, “Donnarumma all’assalto”,”Memorie dell’incoscienza”, “Il campo di
concentrazione”, “I divini mondani”, “I due amori”.
“I due amori” è uscito in questi giorni. Come ogni libro di Ottiero Ottieri, è fortemente provocatorio,
perfino ricattatorio, e non si può parlarne senza confliggere con l’autore. L’autore è convinto di aver
scritto un libro su un doppio amore, è convinto cioè che ciò che lo spingeva a scrivere fosse la voglia di
far luce sulla coesistenza di due amori nel suo protagonista. Credo che si inganni. La sua mozione a
scrivere è la scoperta di una nuova mappa della sofferenza psichica: la droga, cioè, come si dice in
gergo, “la pera”.
La ricognizione intellettuale di Ottiero Ottieri sui mali del tempo ha le sue tappe nella scoperta di
sempre nuovi luoghi dove la sofferenza si concentra. È per questo, credo,che la sua narrativa non
precipita mai verso soluzioni positive. O, che è lo stesso: è per questo che la sua personale
peregrinazione di clinica in clinica e di analisi in analisi non è approdata a quello, che con termine
altamente improprio, il mondo dei cosiddetti sani chiama guarigione.
“Io sono stanco che si parli di me e della malattia”, si sfoga ogni tanto Ottiero Ottieri: “vorrei che si
parlasse di me e della guarigione”. Vorrebbe, ma non vuole. Forse- io ne sono ormai convinto- la sua è
una di quelle tipiche “analisi interminabili” di cui parlava Freud. La malattia è a suo modo altamente
rivelativa e illuminante, e Ottieri la fissa da un quarto di secolo e ne è ormai abbagliato. La sua
eccezionale rilevanza nel panorama del nostro tempo sta appunto nel costituire questa “summa” del
disturbo psichico, sentito come la destinazione finale degli altri disturbi, economico, sociale, morale.
Ed è ancora per questa caratteristica – essere l’antenna che capta i mali del tempo- che Ottieri rifiuta
pervicacemente di diventare il narratore della psicoanalisi. Psicoanalisi è terapia. Ottieri- che pure ha
fatto un quindicennio di psicoanalisi, prima freudiana, poi junghiana- è il narratore della malattia e non
della terapia.
Tuttavia non è un narratore statico. La mappa della malattia gli si presenta come infinita e diversificata,
e nella sua ricognizione egli è giunto ora, con questo libro (I due amori, Einaudi), alla zona della droga.
Se vogliamo, la sanità di Ottieri sta appunto qui: nel riuscire a esportare a oggettivare, a contemplare e
a descrivere lo star male. Non è poco. Il protagonista di questo libro è un giornalista diviso tra l’amore
per la moglie Caterina e l’amore per una ragazza drogata, Tullia, che lui incontra nella clinica
Serenissima, dove va per svolgere un’inchiesta. Ma proprio il cuore di questo progetto (raccontare la
compresenza di due amori, spiegarla, farla capire) è ciò che manca nel corpo narrativo. “I due amori”
sono in realtà due libri che potevano essere pubblicati distinti; uno ruota attorno al tema dell’amore
coniugale, l’altro attorno al tema del – non so come chiamarlo- amore malato, amore in clinica.
Nessuno dei due interferisce con l’altro, se non per piccole reazioni e brevi scatti. Ciò che stavolta ha
mosso e turbato Ottieri è la clinica di disintossicazione. Essa gli appare come un nuovo inferno che va
ad aggiungersi a quelli già visitati (il lavoro, l’emarginazione, l’alienazione, gli psicofarmaci…) e lui
vuole tanto sottolineare il carattere infernale della clinica per tossicodipendenti che a un certo punto è
tentato di scrivere sopra la porta “lasciate ogni speranza o voi ch’ entrate”. Nella nuova clinica lo
interessano tutti gli eventi, “di dosi, overdosi di cicci Spadol, di ero, di flash, di trip”ecc. E soprattutto
“la pera”: “i mille modi di mangiarla, divorarla, tagliarla, abusarne, volerle bene, amarla, temerla,
morirne, viverne, affidare a lei il preciso senso della morte e della vita:” La pera è il massimo di
ribellione e il massimo di abiezione di questo nuovo girone infernale, il girone della pera.
Il profano si attende a questo punto che questo sia un romanzo psicologico, che contenga la chiave
psicologica della nuova sofferenza. Non è così. Non è mai così, in Ottieri. C’è romanzo psicologico fin
che siamo al di qua della malattia: la psicologia è accompagnamento, grado per grado dei cambiamenti
della psiche nella sfera della normalità. Di là, nella sfera della sofferenza assoluta e perenne, la lancetta
oscilla continuamente a cavallo del segno che separa il valore massimo dallo zero: la bilancia è rotta.
La disperazione confina con il nirvana, il paradiso col suicidio. Tutto questo è un libro nel libro. L’altro
è quello dell’amore coniugale. I due libri sono così mal cuciti che si vedono le smagliature anche
tecniche nella confezione: c’è un salto, per esempio, da pagina 6 a pagina 57, che credo sconcerti ogni
lettore; e nei dialoghi, nella serie di botte e risposte, più di una volta (pag. 64, pagina 138), è saltata una
battuta. Il libro si chiude con un abbozzo di spiegazione psicoanalitica della contemporaneità dei due
amori. Il libro è altrove: il vero, nuovo e interessante libro che è dentro il libro è il romanzo dell’amore
dentro la clinica. Mi auguro che un giorno venga estratto e pubblicato a sé.


ORGASMI D’AMORE E DI NOIA
di Maria Corti
(«La Repubblica», 1983)

Ottiero Ottieri non è uno scrittore imprevedibile, anzi è diaristicamente iterativo, ossessivo; sicché ogni
sua opera prepara in qualche modo il lettore alla seguente. Ciò si poteva già dire negli anni Cinquanta
allorchè, partito da una sorta di romanzo-cronaca (Memorie dell’incoscienza, del ’54), passato per gli
interni delle grandi fabbriche (Tempi Stretti del ’57), Ottieri arrivò a una specifica fabbrica del Sud
(Donnarumma all’assalto, del ’59). La tendenza diaristico-mimetica, attuata anche con la resa del
linguaggio e della fraseologia di specifici ambienti, lo guidò nella scrittura di I venditori di Milano del
’60, commedia satirica su commercianti e tecnici di Lombardia, e dei Divini Mondani del ’68, specchio
di certi ambienti biograficamente ben frequentati da quel solitario mondano che è Ottieri.
La critica in passato parlò per lui di sperimentalismo tematico e lo accostò (vedi il Novecento di
Romano Luperini) a Davi, Parise e al primo Volponi. A un certo momento ecco che Ottieri, in
conformità con il mutarsi della propria biografia interiore ed esteriore, sposta l’obiettivo dal mondo
industriale, socialmente ed eticamente malato, all’universo della malattia psichica; dunque daccapo, in
concomitanza con la realtà autobiografica. E qui si può riscontrare nei libri il persistere della struttura
diaristico-mimetica cui si è accennato sopra. Ottieri abbandona l’industria, sposa la clinica psichiatrica.
Nascono vari testi, fra cui Il campo di concentrazione del ’72, diario di una fase depressiva; La corda
corta del ’78, dove il protagonista è in una clinica e infine il recentissimo I due amori (Einaudi, pag
157, lire 15000) dove il protagonista non è, ma va in una clinica per un servizio giornalistico.
Quest’ultimo libro ha qualcosa di più della clinica in comune con La corda corta: l’erotismo,
l’ambiguità un po’ perversa e soprattutto il linguaggio specifico dell’ambiente dei drogati che nella
Corda Corta -andiamo indietro di più di cinque anni- aveva giustificato una sorta si glossario finale con
la spiegazione dei termini tecnici (flash come momento di breve durata del piacere prodotto
dall’endovena, roba, farfalla, butter, ecc.). Naturalmente nell’ultimo libro si ha anche l’aggiornamento
dei farmaci; non si parla più di metadone, come droga curativa, ma di stadol.
Messaggio ambiguo
Si è voluto fin qui schizzare la preistoria esterna, le ascendenze del libro, legarlo ai progenitori di
natura scrittoria. Di che cosa tratta I due amori?
La fabula o storia sottesa è facilmente schematizzabile: un giornalista di nome Carlo va in una clinica
piena di disintossicandi per un’inchiesta e penetra nel gioco combinatorio di drogati, drogate, medici,
infermieri, baristi. Da una fase iniziale in cui il protagonista è tutto sommato abbastanza estraneo e
autonomo, si passa a un progressivo coinvolgimento. E man mano che si crea un singolare rapporto con
una giovanissima drogata di nome Tullia, viene sottilmente a mutare l’altro rapporto, con l’amata
moglie Caterina, finché la ragazza sostituisce nella convivenza la moglie: non però al livello dei
processi interiori, per cui il libro si chiude con un ritorno memoriale all’amore con Caterina,
incredibilmente perduto. Sia detto subito che a pare nostro questo non è fra i libri migliori di Ottieri.
L’ambiguità del protagonista diventa, cosa che non dovrebbe, un’ambiguità del romanzo: che
messaggio vuol mandarci Ottieri al di là della descrizione, oggi abbastanza risaputa in tutte le sue
varianti, del mondo dei drogati? Quale diversa, certo più ingenua ma più originale tensione c’era in
quei libretti della letteratura alternativa degli anni ’77-’79 scritti da giovani autonomi e no (vedi
Alfabeta, n. 5, settembre 1979), in preda alla droga: documenti soltanto, certo, ma quanto più
traumatizzanti […].
Come una lucida spada
C’è molta presenza di orgasmi amorosi, nel libro, però Ottieri ci scusi, ne ricava una certa dose di noia;
queste continue trame sessuali fra Caterina e Carlo sono al giorno d’oggi vagamente stucchevoli. Come
sono banali l’identificazione, per Tullia, del maturo giornalista Carlo col padre, la parentela drogaterrorismo,
o la registrazione dei diversi effetti della droga leggera e pesante. Le virtù scrittorie di
Ottieri compaiono meglio là dove in minuscoli episodi egli si identifica scopertamente con il
protagonista: “Una vocazione inquisitoria, indagatrice, una curiosità che gli dava la vita era nata in lui
dalla giovinezza e adesso si era addirittura incancrenita”.
Ancora i pregi del libro si rinvengono in improvvise accensioni dell’immaginazione stilistica: “Come
mi svegliai la mattina?” Come una spada lucidissima pronta a bucare il muro della quotidianità, senza
mai perdere di vista il filo del taglio.” Oppure nello sguardo attento a cogliere un particolare, magari
degli animali: “la ragazza gli accarezzava più della testa, i capelli; il ragazzo stava fermo e serio come
una bestia.” O nella resa del godimento insieme effimero ed eterno dato dalla droga, magari destinato a
concludersi con il relax eterno, o nella ripresa quasi filmica dell’ansia panica del drogato. Interessante
la registrazione del gergo dei drogati, ma più per lo storico della lingua che per il critico letterario, in
quanto pervasa da una specie di intento didascalico che artisticamente la sgonfia. Ottieri si crea
artificialmente delle domande per poi rispondere a livello quasi didattico: “E che cosa vuol dire
skinpopping? Fece altrettanto serio. Intramuscolo. “Certo Ottieri è un autore intelligente, i suoi libri si
leggono fino alla fine, cosa che oggi capita raramente; si vorrebbe che non vivesse di rendita e facesse
meglio fruttare la sua “vocazione inquisitoria”. Che egli sia uno scrittore lo prova l’ideazione del
personaggio di Carlo con la sua dose di perversione sottile, celata sotto parvenze di filantropia,
generata a sua volta da sfere etiche ma intellettuali, priva, quindi, di ogni divinazione.