biografia
opere
archivio
audio
contatti
eventi

RECENSIONI

CAMPO DI CONCENTRAZIONE (1972)

IL LAICO OTTIERI
di Geno Pampaloni
(«Il Corriere della Sera», 2 marzo 1972)

Il campo di concentrazione è il diario di un periodo trascorso da “Io”, cioè dall’autore, in una clinica
psichiatrica svizzera. La domanda prima e pregiudiziale che il lettore si pone riguarda il modo di
leggerlo, il grado e il tipo della sua libertà di fronte ad esso. Si deve catalogare questo diario tra i
documentari, accettare la malattia come protagonista, inclinare alla pietà, vestirsi di più o meno
cristiano rispetto e in definitiva considerarlo talmente sui generis come opera letteraria da escluderlo
dalla letteratura e restituirlo agli specialisti dell’analisi, freudiani o junghiani che siano, perché ne
traggano prezioso materiale di studio? Sarebbe questo un giudizio o un non giudizio iniquo che farebbe
torto all’Ottieri proprio nel momento in cui ci dà il più bello, a me sembra, dei suoi libri. D’altra parte a
leggere questo diario come un romanzo, attenti crocianamente al “sentimento” e alla “forma”,
assumendo la malattia di “io” come contenuto occasionale, pretesto fantastico, non si toglie al libro il
suo valore specifico, la sua disperata storicità, appiattendo a “letteratura” quello che è nero dramma
reale e non si pecca contro lo spirito rifiutando di prendere
sul serio la sua sofferenza?
Devo dire che il libro mi sembra abbastanza forte da riuscire a imporre che la domanda rimanga senza
risposta; e a non privilegiare nessuna categoria di destinatari. Porta dentro di sé, lucidamente, la sua
poesia insieme con la sua pena. Il tema della letteratura, o meglio, del ruolo dello scrivere dello
scrivere, nell’universo della malattia è uno dei temi centrali del libro. Esso si sviluppa su due livelli. Il
primo è comune a molti intellettuali: scrivere come contrapposizione al vivere, “modo di fuggire la
realtà”, “diga” per evitare il confronto diretto con le cose, “zattera solitaria”:Il secondo è più
tormentoso e profondo,
ed è, al contrario del primo, una forma necessitata e coinvolta del vivere: “scrivere per sopravvivere”
“come sta attaccato al cornicione l’operaio che è scivolato giù dal tetto”, e “continuamente sotto la
mannaia di un’attesa” scrivere “della impossibilità di scrivere d’altro”, una letteratura “pagata cara”. È
chiaro che questo è il livello autentico: e la letteratura come fuga dalla realtà può significare estetismo,
la letteratura come prigione e destino dell’essere ha in sé tutto il dolore della verità, ed è quindi una
forma assoluta di laicismo. Il campo di concentrazione è un libro laico sotto molti riguardi: nel suo
laicismo anzi, si riflettono tanto i suoi meriti quanto i suoi limiti, difficilmente separabili dagli altri.
Il primo e dominante laicismo è dichiarato verso la malattia. Il malato di mente, in queste pagine, non
ha niente di mitologico; non è sfiorato mai, da quella che un tempo si diceva l’ala del mistero; non è, in
nessun senso, un eroe, una vittima, un figlio degli Inferi. L’inferno se lo porta con sé, come un bagaglio
scomodo, o sarebbe meglio dire gli inferni, giacché al suo inferno sono consustanziali la ripetizione, il
ritorno, la monotonia delle repliche. Questo diario della malattia non ha nulla di morboso: il malato si
annoia, la noia è insieme la malattia e la cura. Le immagini che l’Ottieri adopera sono acute, talora
sofisticate, ma tutte quotidiane, intellettualmente percepibili, senza alone. Il male mentale è paragonato
al carico malmesso di una nave: “una stiva che sbanda”, “Come sulla Luna manca la gravità, ogni
passo misura una distanza che non è quella terrena”. La solitudine del malato è come “una rivoluzione
cui manca il fronte avverso”, “lo sparo di un fucile contro un cielo che non ha selvaggina”.
Egli passa il tempo a meditare, medita, peraltro “Non per saggezza, ma per malattia”. Il suo dolore è
insieme “metafisico e domestico”. L disperazione è “un lavoro”, “soffrire è l’attività più naturale” egli
è “un impiegato dell’infelicità”. Questo spogliare il malato di ogni possibile retorica, presentarcelo
nudo nel suo modesto, sgradevole compito di soffrire come un semplice habituè della sofferenza, è la
novità del libro e in questo senso la sua forza di persuasione è incontenibile.
Laico, il diario dell’Ottieri, anche nei confronti di “Io”: “Io” non è un caso è “Io”. Vengono registrati
sintomi, ricadute, ossessioni, infantilismi, confessioni nel loro contesto piagato e talora meschino,
senza compiacimenti e senza condanne. L’autore non perde mai neanche di fronte all’orrore e alla
disperazione, la sua vena pettegola, la sua intelligenza mondana. Non si identifica mai fino in fondo
con la sua malattia, non ha mai tentazioni sacrificali, rimane in suo potere come un ostaggio
raziocinante e ostile, A poco a poco la malattia diviene ai nostri occhi qualcosa di compatto e neutro,
un mostruoso cibreo, un confuso rumore di fondo, cui danno ritmo e misura l’intelligenza dello
scrittore, la sua vigilanza, il suo paziente agguato. Non c’è, nel diario, né il ripugnante, né l’eroico, ma
una inconsueta materia vitale in cui siamo infatti tutti a riconoscerci. Laica è la descrizione della
clinica. .. Il laicismo, infine presidia i sentimenti. Questo è un diario senza Dio, senza amore, senza la
minima traccia di trascendenza. Il malato di mente, nella clinica svizzera, tollerante, promiscua si è
definito “Prigioniero della sua libertà”. Ma c’è un’altra e più grave prigionia. Tutto si svolge entro la
vita, entro i confini spietati e deserti del dilemma felicità-infelicità, quiete-tormento, angosciasoddisfazione.
È questo un libro ove si parla talvolta di suicidio ma non compare mai l’ombra della
morte. Il paesaggio è tutto sole, calcinato, piatto, terribile per la speranza che vi manca più che per la
pena che lo occupa.
La sua misura, onestamente confessata, è di fiato breve. Cristianamente, e anche poeticamente,
l’assoluzione, l’apparente salvezza, è inglobata entro una condanna, una assenza. Da dove nasce, allora,
posti così duramente i suoi limiti, il fascino indubbio di questo libro? Dalla forza dell’intelligenza in
lotta contro la voragine e il buio: e dal lirismo che nasce in questo spasimo, nelle impreviste pieghe
della pazienza. L’Ottieri nega al malato, ossessionato dal presente, il conforto della nostalgia. Ma poi
esce in questa cadenza quasi ungarettiana: “Si sta qui (in clinica) anche per cercare dove tornare”. E
come negare una disperata poesia a questo bellissimo sussulto di pena: “È quasi ora di cena, anche
questa giornata sta passando. Desidero diventare amico del tempo?”


MONOLOGO GIROTONDO DI UN MALATO DI NERVI
di Giuliano Gramigna
(«Corriere d’informazione», 1 aprile 1972)

Assaggiato nella forma del romanzo comportamentale, che mette cioè in scena solo i segni esterni
(parole, gesti) con L’impagliatore di sedie, esorcizzato temporaneamente, nel saggio (L’irrealtà
quotidiana), il Grande Tema, il tema viscerale di Ottiero Ottieri, si può dire il suo tema ossessivo è
scoppiato in due libri paralleli e opposti, comparsi nel giro nemmeno di un anno:il poemetto Il pensiero
perverso, cui è andato il Premio Carducci e Il campo di concentrazione da poco uscito presso
Bompiani, che si potrebbe superficialmente definire come il romanzo della depressione e dell’ansia.
Qual è il tema di Ottieri che del resto stava dietro a tutti i libri precedenti, perfino a quelli che meglio lo
mascheravano, come Tempi Stretti o Donnarumma all’assalto che lanciarono Ottieri come uno degli
inventori della “letteratura industriale”?
È la malattia, la malattia del pensiero, o meglio il pensiero come malattia. Il pensiero ossessivo, coatto,
incapace di scegliere, costretto a muoversi maniacalmente in circolo nel dubbio, il pensiero che induce
l’ansia, la depressione, la follia, anzi che è esso stesso l’ansia, la depressione e la follia. Ma poi si rende
giustizia a Ottieri scrittore e uomo, parlando in questo caso di tema? E non tanto per il suo carattere
obbligativo (nessun vero tema è, per autentico scrittore, libero) ma soprattutto perché sembra limitare il
discorso ai livelli ben noti della semplice “letteratura”: quando prendendo in mano Il campo di
concentrazione il lettore dovrà rassegnarsi a buttarsi alle spalle quei livelli tutto sommato confortanti, a
ignorarli a muoversi in territori nuovi e sotto parecchi riguardi inamabili: e non intendo certo dire che
essi siano nuovi e inamabili solo perché il lettore si trova davanti al monologo ininterrotto di un
paziente affetto da malattia psicologica, che si confessa e insieme non si confessa affatto.
Non è documento - Un rimando è inevitabile alle poesie del Pensiero Perverso, delle quali si parlò
qualche tempo fa su queste stesse colonne. Quella riuscita poetica, di grande bellezza e di carattere
eccezionale, stava in ciò: nel trasportare completamente nella letteratura il diario versificato di
un’esperienza psicopatologica, senza alterarne minimamente la concretezza, senza gonfiarla mai a
simbolo. Che cosa dire rispetto a Il campo di concentrazione che ripete in prosa e prosegue
quell’esperienza anche se colta in un momento clinicamente più angosciante, durante otto o nove mesi
di un ricovero in clinica, fuori dall’Italia, se non che ci si trova di fronte a un testo che si colloca subito,
naturalmente, fuori dalla letteratura?
In effetti, anche se volesse, Il campo di concentrazione non potrebbe essere un documento patologico
vero e proprio, per il carattere fugace, irraggiungibile di ciò che dovrebbe raccontare: “Tali giorni
mentre si vivono non si possono scrivere, quando si sono vissuti non si possono ricordare. Perciò è
difficile offrire una descrizione della disperazione. Forse impossibile [...]”. Questo oggetto che ci
troviamo fra mani non è dunque né romanzo, né diario, né documento, insomma non è letteratura; ma è
tuttavia qualcosa che è stato scritto: è dunque una scrittura e riporta il lettore (ma anche l’autore) alla
realtà fondamentale che sta di là da ogni letteratura, all’atto primordiale dello scrivere fuori da ogni
riferimento a forme letterarie o culturali determinate, a generi, a finalità, etc.
Nell’imbuto – Il malato O. sprofondando nelle valli della depressione, o nel nefasto imbuto della
disperazione (“colora di nero il mondo e lo restringe ad un imbuto nel cui punto più stretto sta il
disperato”) ::”Scrivo unicamente per sopravvivere, scrivo per scrivere…per essere nella realtà e nello
stesso tempo per estrarmi dalla realtà….”. “Non ho più in mente nessun libro nuovo, scrivo del nulla
[...]”. Il punto di forza del libro che Ottieri ha abbracciato intrepidamente, è la sua monotonia, il girare
intorno allo stesso perno, confitto dal pensiero ossessivo. Ma parlando di intrepidezza si ricade nella
letteratura, si sottintende un artificio letterario, un calcolo. La clinica è “il campo di concentrazione”,
formula felicissima, non solo perché propone il carcere come alternativa alla follia, ma perché costringe
terapeuticamente il malato a fissarsi sulla sua malattia, sulla sua sofferenza. Ed ecco il malato O.
almanaccare senza tregua se debba o meno telefonare all’amica milanese N., entrare in ansia se riceve
(o se non riceve) lettere da lei; corteggiare un altro ospite della clinica T. B. di cui invidia la
disinvoltura; architettare contatti mondani fuori della casa di cura e insieme temerli; domandarsi che
cosa pensi di lui la sua nuova conoscenza Caterina; rimpiangere la clinica italiana nella quale si sentiva
al centro degli interessi;rimuginare se debba o no tornare a casa in Italia; o superare giorno per giorno
l’angoscia del risveglio, del farsi la barba, dell’abbandonare il letto per gli scoscendimenti della
depressione o l’imbuto dell’angoscia. Queste strazianti inezie si ripetono ora per ora, giorno per giorno,
con una feroce monotonia e insieme con un’inesausta capacità di ferire: e il risultato sorprendente è che
il libro, compatto in tale ripetizione, finisce per essere ad ogni istante diverso. Il lettore non sta davanti
allo scrittore con il pietoso distacco, la curiosità un po’ morbosa, da giardino zoologico, del sano che
getti un’occhiata nella “fossa dei serpenti”: niente di bassamente patetico, di sensazionale, di
“commovente” in queste pagine, la cui miserabilità non chiede compassione. Questa scrittura non
lascia al lettore lo spazio per distinguersi, per sentirsi altro, ma nello stesso tempo non sollecita una
partecipazione viziosa, esteriore, di raccapriccio o di pietà; essa va a battere una zona interna, che
riguarda tutti, senza distinzione di sano o di malato. Perciò non è un libro del quale si possa indicare
questa o quella zona, questa o quella riuscita: va ingerito globalmente. Non so se a Ottieri piacerà che Il
campo di concentrazione si collochi fuori dalla letteratura, nella scrittura: per me è l’elogio maggiore
che si possa fare al suo libro.